L’ultima sigaretta di Zeno & Co.

Sono una povera anima cedevole e facile preda di ogni vizio. Ho smesso di fumare tre volte. Ho riniziato due volte. Due volte e mezzo. Dai, non stiamo a sottilizzare. Anche dopo più di un anno. Ho sempre ricominciato senza motivo, tipo: “Ma dai, fammi fare un tiro.” Il giorno dopo mi facevo una sizza e nel giro di due settimane ne rifumavo già una decina.

Certo, il fattaccio ha a che fare con una scarsa forza di volontà, prima di tutto. In seconda istanza è una di quelle cose tipiche degli inquieti, dei dubbiosi, di chi si rigira fra le lenzuola, di chi convive col vuoto, dei febbricitanti, di chi trova conforto nel farsi un po’ male.

Non saper/voler smettere di fumare e accendere sempre quella che dovrebbe essere l’ultima sigaretta è IL tratto distintivo dell’anti eroe figlio di Italo Svevo ne La coscienza di Zeno. E non potevo non pensare a lui in questi giorni in cui avrei tanto bisogno di qualcosa di consolatorio e transizionale. Potessi rinfilarmi un ciuccio in bocca lo farei. Ma siccome non posso, mi butto fra le braccia oziose dell’inetto, malato e psicoanalizzato Zeno Cosini.

Inizia tutto quando Zeno ha vent’anni circa. Ha la febbre alta, un forte mal di gola e il dottore gli proibisce di fumare tassativamente. I prodigi della proibizione.

Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con tutta l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. […]

Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono con l’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. […]

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita? […]

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quando è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento dalla vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.

La foto è dell’indimenticabile Mary Ellen Mark.

Annunci