Essere o non essere? Boh. Il monologo di Amleto

Tutto quello che avreste voluto sapere sul soliloquio più famoso della letteratura mondiale, ad opera dell’extraterrestre William Shakespeare. Cioè: io non è che sappia proprio tutto, però vi posso dire quel che so.

Non vi fidate? Tenete conto che sono un’esperta di dubbi amletici, pessimismo, tragedie, depressione, sfiducia nel futuro, paura della morte, paura della vita, monologhi, pazzia e inerzia.

Vado per punti come una ragioniera burocrate:

  • Prima di tutto il teschio non c’entra niente. Amleto non ha nulla in mano quando si interroga se sia meglio essere o non essere. Ad un certo punto si è creata confusione fra il monologo in questione (III atto) e la scena nella quale il principe danese, al cimitero, ritrova il teschio di Yorick (V atto), che fu uno dei giullari del re suo padre. Poor Yorick! 
  • Il fatto che sia un errore non toglie che il teschio in mano di Amleto durante il monologo sia perfetto, anzi, direi che ha sbagliato Shakespeare (perdonami mio Dio del teatro inglese se dico questo!) a non mettercelo fin da subito.
  • Perché Amleto è così angosciato e pronuncia questo soliloquio apocalittico che non lascia spazio a nessun sentimento positivo? Aveva i suoi motivi. Suo padre muore, la madre si risposa subito con lo zio, il fantasma del defunto re gli si palesa, gli racconta che è stato ucciso e gli chiede di vendicarlo. Amleto, che dopo aver saputo la verità è sconvolto e si comporta di conseguenza, viene anche continuamente pungolato da tutti perché vogliono sapere cos’è che lo turba.
  • Nel momento del monologo Amleto pensa di essere solo, ma in verità lo zio traditore e Polonio (il ciambellano) lo stanno spiando: gli hanno organizzato un incontro con Ofelia, che farà finta di passare per caso da lì, per scoprire se è l’amore che si presume provi per lei che lo ha ridotto in quello stato. Anche i suoi amici Rosencrantz e Guildenstern, presenti sulla scena proprio un attimo prima, lo hanno “interrogato” per scoprire la causa del suo dolore. A fin di bene ma…tutti complici… poor prince Hamlet!
  • Essere o non essere: agire o non agire, subire o reagire, opporsi o piegarsi, affannarsi o lasciare stare e non solo vivere o suicidarsi, che poi, in fondo non è un po’ la stessa cosa? No, non proprio fisicamente, ma filosoficamente sì.
  • La vita è guerra. Amleto usa parole che appartengono al campo semantico della battaglia per descrivere l’esistenza: colpi di pietre (nel senso di pietre da catapulta, fionda: slings), dardi (arrows), armi (arms)
  • La morte è come il sonno (To die, to sleep… No more). Fosse così facile, allora sarebbe tutto abbastanza affrontabile. La vita è un mare di affanni (sea of troubles)? Ok, trovo il coraggio di farla finita e via. Ma non è così facile: quando si dorme si sogna e i sogni… chi lo sa, possono essere peggiori dei mali terreni.
  • L’ignoto dopo la morte fa più paura del male, noto, della vita (But that the dread of something after death, /The undiscovered country from whose bourn/ No traveller returns, puzzles the will, /And makes us rather bear those ills we have/Than fly to others that we know not of?).
  • E quindi? Essere o non essere? Boh. Quel che è certo è che questa riflessione ci rende codardi (Thus conscience does make cowards of us all)… il pensiero frena l’azione.

In estrema sintesi è tutto qua. Spero non sembri poca cosa, è una questione aperta, che tormenta gli animi del genere umano almeno dal 1600 (o 1602, non si sa con certezza quando Hamlet sia stato scritto) e se la tragedia col suo magnifico monologo sono così tanto rappresentati e universali un motivo ci sarà. Anzi, almeno due: l’irrisolto dubbio amletico-filosofico e come è stato scritto (c’ho messo due ore solo a scegliere la traduzione e ovviamente non sono soddisfatta).

Essere o non essere, questo è il dilemma:

è forse più nobile soffrire nella propria mente

le pietre e i dardi dell’avversa sorte,

o invece prendere le armi contro un mare di afflizioni

e metter loro fine a forza di combatterle? Morire, dormire.

Null’altro; e con un sonno dire che mettiamo fine

alle pene del cuore, e a mille offese naturali

di cui la carne è erede; questa sì che è una conclusione

da desiderare con devozione. Morire, dormire;

dormire, magari sognare. Ahimè, qui sta l’ostacolo;

poiché in quel sonno di morte i sogni che potrebbero venire,

quando ci saremo liberati dal viluppo di questa spira mortale,

devono darci motivo di esitare: in questo consiste lo scrupolo

che rende la sventura così durevole:

perché chi sopporterebbe le frustate e le derisioni del secolo,

i torti dell’oppressore, gli oltraggi dei superbi,

le sofferenze dell’amore non corrisposto, gli indugi della legge,

l’insolenza di chi ha il potere, e l’offesa

che il merito paziente riceve da chi è indegno,

quando egli stesso potrebbe darsi la pace

con un nudo pugnale? Chi sopporterebbe il peso,

a gemere e sudare sotto una vita fiacca,

se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte

– quella terra inesplorata dai cui confini

nessun viaggiatore ritorna – rende perplessa la volontà,

e ci fa sopportare quei malanni che già abbiamo,

invece che volare ad altri di cui non sappiamo nulla?

Così la coscienza rende vigliacchi tutti noi,

e così l’originario colore della decisione

è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero,

e imprese di grande altezza e grande portata

con questo scrupolo deviano via il loro corso

e perdono il nome di azione.

In originale:

To be, or not to be, that is the question:
Whether ‘tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles
And by opposing end them. To die—to sleep,
No more; and by a sleep to say we end
The heart-ache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to: ‘tis a consummation
Devoutly to be wish’d. To die, to sleep;
To sleep, perchance to dream—ay, there’s the rub:
For in that sleep of death what dreams may come,
When we have shuffled off this mortal coil,
Must give us pause—there’s the respect
That makes calamity of so long life.
For who would bear the whips and scorns of time,
Th’oppressor’s wrong, the proud man’s contumely,
The pangs of dispriz’d love, the law’s delay,
The insolence of office, and the spurns
That patient merit of th’unworthy takes,
When he himself might his quietus make
With a bare bodkin? Who would fardels bear,
To grunt and sweat under a weary life,
But that the dread of something after death,
The undiscovere’d country, from whose bourn
No traveller returns, puzzles the will,
And makes us rather bear those ills we have
Than fly to others that we know not of?
Thus conscience does make cowards of us all,
And thus the native hue of resolution
Is sicklied o’er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pitch and moment
With this regard their currents turn awry
And lose the name of action.

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