“A Silvia”. E non “A Teresa”. Leopardi

Oggi, 3 novembre, è il mio onomastico. Delle feste non me ne frega niente, dei santi (senza offesa alcuna!) ancor meno, ma dei nomi me ne frega eccome.

Il nome non è solo un’etichetta. È il suono che ti identifica, con tutto l’immaginario e il significato che si porta dietro. Il nome si sceglie con cura, “chiamare” è un’azione carica di stratificazioni emotive, di aspettativa.

Silvia mi piace. Intanto inizia per “S”, che è una lettera (anzi, sarebbe un fonema, ma lasciamo stare) inquieta, sfuggente, e la sequenza di vocali e consonanti (solo una “v”, che non è mica un suono banale!) è armonica e timida, gentile.

Anche graficamente l’insieme ha carattere, le linee e le curve convivono felicemente: curve all’inizio e alla fine (“s” + “a”), linee ed angoli ben mescolati al centro (“ilvi”).

Silvia deriva dal latino “silva”, selva, bosco, e significa “fanciulla dei boschi“. Ma non è fantastico?

Nella mitologia romana, Rea Silvia era la madre di Romolo e Remo, una vestale (una sacerdotessa, sacra e vergine, custode del culto di Vesta) che fece l’amore con il dio Marte e che fu sepolta viva a causa di questo grande peccato. Rea Silvia: Silvia la peccatrice… ma non è fantastico?

Non a caso Giacomo Leopardi scelse questo nome per la sua poesia, e non quello della persona reale della quale si pensa lui fosse invaghito e ispirato, ovvero la figlia del suo cocchiere Teresa Fattorini che, poverina, morì di tisi (chiuso morbo) giovanissima. Sì ok, prese ispirazione da un personaggio di Torquato Tasso, ma io voglio pensare che gli piacesse il suono e il significato di “S-i-l-v-i-a”, punto.

Ma Silvia è molto più di Teresa. È la giovinezza perduta, l’innocenza che non può essere che transitoria, è la speranza tradita. È il canto funebre di un amore mai nato e della vita del poeta a Recanati, una prigione di “studi leggiadri e sudate carte“.

Ci sarebbe tanto da dire sulla metrica e sulle scelte lessicali di questo “grande idillio” in forma di canzone in strofe libere, ma chi se ne frega, leggiamola.

A Silvia

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

Brrr, che onore. La parafrasi sarà per un’altra volta. Dico sul serio.

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