Il giovane Holden c’est moi

Ci sono quei libri che quando li leggi non ci puoi credere che l’autore abbia fatto quel miracolo lì che hai sotto gli occhi. Che ti pare che i personaggi siano davanti a te e, mentre fumano una sizza, ti raccontino la loro storia con un modo di parlare tutto loro, inconfondibile, come gli umani (interessanti) veri in carne e ossa. Che quando alzi lo sguardo dalla pagina ti dispiace che non ci siano davvero, lì davanti a te, porcaccia la miseria, che ti stupisci di non incontrarli in cucina o in corridoio, o al supermercato o a scuola.

Holden è uno di quei personaggi di quei libri lì e il 16 luglio del 1951 questo miracolo veniva pubblicato per la prima volta. Se ieri accennavo con lo Sturm und Drang all’adolescenza eccola qui, impersonata da questo magnifico esemplare di 17 anni, altissimo e coi capelli grigi. Capite? Un giovane fuori misura e coi capelli da vecchio. Capite che è un miracolo?

Siamo stati (quasi) tutti adolescenti e siamo stati un po’ Holden… smarriti, ubriachi, disperati, malinconici, sicurissimi e insicuri, smaniosi, raccapricciati, tristi, fiduciosi e disillusi, innamorati, arrapati, incompresi, precoci, saggi, cerebrali, innocenti, viziati, istintivi, prematuri, dolci, amareggiati, speranzosi, millenari, cattivi, caritatevoli, menefreghisti, solidali, moribondi, vitali, all’inizio, alla fine, con cuori enormi che non sapevi più dove mettere.

Il giovane Holden trabocca di citazioni ormai leggendarie (compreso l’incipit), io ne ho scelte alcune, più o meno brevi.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.

La gente non si accorge mai di nulla.

Sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare a telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.

Non faccio che dire «piacere d’averla conosciuta» a gente che non ho affatto piacere d’aver conosciuta. Ma se volete sopravvivere, bisogna che diciate queste cose.

Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? Lo sa, per caso?

Mio fratello Allie, dunque aveva quel guantone da prenditore, il sinistro. Lui era mancino. La cosa descrittiva di quel guanto, però, era che c’erano scritte delle poesie su tutte le dita e il palmo e dappertutto. In inchiostro verde. Ce le aveva scritte lui, così aveva qualcosa da leggere quando stava ad aspettare e nessuno batteva. Ora è morto. Gli è venuta la leucemia ed è morto quando stavamo nel Maine, il 18 luglio del 1946. Vi sarebbe piaciuto.

[…]

Aveva solo tredici anni e loro volevano farmi psicanalizzare e compagnia bella perché avevo spaccato tutte le finestre del garage. Non posso biasimarli. No, francamente. Ho dormito nel garage, la notte che lui è morto, e ho spaccato col pugno tutte quelle dannate finestre, così, tanto per farlo. Ho tentato anche di spaccare tutti i finestrini della giardinetta che avevamo quell’estate, ma a quel punto mi ero già rotto la mano eccetera eccetera, e non ho potuto.

È stata una cosa proprio stupida, chi lo nega, ma io quasi non sapevo nemmeno quello che stavo facendo, e poi voi non conoscevate Allie. La mano ogni tanto mi fa ancora male, quando piove e compagnia bella, e io non posso più stringere il pugno – ben stretto, voglio dire – ma tolto questo non me ne importa molto. Voglio dire che in qualunque caso non diventerò mai un dannato chirurgo e nemmeno un violinista né niente.

Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.

J.D. Salinger, grazie per questo miracolo.
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