Kafka in due frammenti

Kafka è morto. Purtroppo. Oggi 3 giugno, nel 1924. Anche se fosse morto più vecchio non credo che avrebbe portato a termine le sue varie opere incompiute, ma avrebbe di sicuro ampliato i suoi scritti inediti e aforistici.

Ne copio due che mi piacciono particolarmente: il frammento con cui si aprono Gli otto quaderni in ottavo e l’ultimo aforisma delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via.

Ogni uomo porta in se stesso una camera. È un fatto di cui il nostro stesso udito ci dà conferma. Quando si cammina in fretta e si tende l’orecchio, specie di notte, quando intorno a noi tutto è silenzio, si ode, ad esempio, il tentennio di uno specchio a muro non fissato bene.

Specchio a muro. Specchio. Non un comò o una libreria traballanti, oppure che so, un quadro non fissato bene. No, uno specchio. Certo, lo specchio riflette, un armadio no.

Non occorre che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, restatene tutto solo e in silenzio. Il mondo verrà da te a farsi smascherare, non può farne a meno, si voltolerà estatico ai tuoi piedi.

Per come la intendo io, da me il mondo è venuto anche già troppe volte, più o meno estatico e voltolante.

Anzi, sicuramente più voltolante che estatico.

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