Tanto la gente si abitua a tutto. Gaber

Così diceva un mio boss. E aveva ragione. In quel caso a suo vantaggio.

Ci pensavo e questa cosa che ci si abitua a tutto da una parte è un bene, l’adattamento è la base dell’evoluzione e della sopravvivenza. Ma è anche Il Male. Dopo un po’ non si vede più nulla, si passa la vita ad abituarsi al peggio, verso il basso, senza più pensare.

Non a caso si chiama E pensare che c’era il pensiero uno spettacolo (e un disco) di Giorgio Gaber del 1994 in cui si parla anche di questo. Gaber dice che l’abitudine è il surrogato della normalità e l’ignoranza quello della felicità.

Io mi sento decisamente un’abituanda passivo-aggressiva.

Il mondo è una palla rotonda leggermente schiacciata ai poli. Ed essendo palla che fa? Rotola. […] Si sente. Si sente che si muove. Si ha proprio come la sensazione che il terreno sia alquanto malfermo. […] Insomma si fa fatica a stare in piedi. Manca proprio l’equilibrio.

All’inizio credevo che fosse un fatto mio, personale. Ero un po’ preoccupato. Poi guardandomi più attentamente in giro mi sono accorto che la gente non è perfettamente in asse. Sono tutti un po’ traballanti. Tutta un’umanità che dondola, sbanda, slitta, cerca di stare in piedi in qualsiasi modo. Riuscire a stare in piedi su un terreno instabile, insicuro, non è cosa facile. Ma dopo un po’ ce la si fa.

Certo non si può pretendere che uno concentrato com’è per stare in piedi possa occuparsi degli altri, del mondo. Insomma, possa pensare. Nooo. Ma, a parte questo, la gente non ci fa neanche molto caso. Ma sì, l’uomo si abitua a tutto. […] La gente si incontra per la strada, normale, si saluta, le solite frasi di circostanza. […] Ma sì, basta abituarsi. Basta non cercare punti fermi che tanto non ci sono. Dopo un po’ diventa tutto come prima. Per forza: l’abitudine è il surrogato della normalità. […] Alcuni poi, non so se più incoscienti, più spensierati o non so cosa, non si sono proprio accorti di nulla, stanno benissimo. Per forza, l’ignoranza è il surrogato della felicità.

Ora vado, che devo abituarmi.

Questo stralcio di monologo, L’Equilibrio, è stato scritto, come tutto lo spettacolo, da Giorgio Gaber e Sandro Luporini.

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