“Sii bella e stai zitta” pt 2. Non voglio essere un uomo, non voglio essere un neutro, io voglio essere una donna

Non è che sia facile definire una donna, o un uomo, al di là delle differenze fisiche. In maniera intelligente, intendo, senza annoiarci con le solite definizioni “uterina” per una e “razionale” per l’altro. Non saprei dire in cosa siamo diversi. Però ne sono certa: SIAMO DIVERSI. Le nostre differenze biologiche, chimiche e corporee non possono non avere un significato. Il mio, il nostro corpo (maschile e femminile) ha un valore e non può essere annullato in nome dell’uguaglianza. Perché sarà sempre una non-uguaglianza. Come quella di adesso, in cui la donna, se vuole fare carriera, deve diventare un uomo, ovvero non avere figli da accudire in prima persona. Ed è solo un esempio.

Ciò che mi sembra importante dire è che il femminismo oggi deve trovare una VIA FEMMINILE al fare carriera o al NON fare carriera, una via femminile al non volere figli, una via femminile alla singletudine, una via femminile… nella società. Senza passare per la via al maschile o al neutro.

Non voglio liberarmi dal mio corpo, semmai voglio che il mio corpo si liberi.

Insomma, sono d’accordo con la mia idola Michela Marzano di Sii bella e stai zitta ( per chi si è perso qui siamo alla puntata 2 della lettura del libro, ecco qui la pt 1):

Simone de Beauvoir pensa che gli uomini detengano l'”universale”. L’unica possibilità che resta allora alla donna per “liberarsi” dalla dominazione maschile è quella di accedere a questa posizione diventando esse stesse “uomini”. […] Per farlo, però, la filosofa suggerisce un metodo particolare: distruggere progressivamente le categorie uomo/donna per accedere al “neutro”. La ragione, infatti, non ha “sesso” e, anche quando “ha” un corpo, non “è” mai il corpo in cui si incarna.

Ma tendere al neutro non significa, in fondo, darla vinta agli uomini e considerare che il valore e la dignità dell’essere umano coincidano con la razionalità?

[…] sono convinta che questa smaterializzazione progressiva della donna, come unica via d’accesso all’uguaglianza, sia un’impasse. Non mi sembra che l’esistenza oggettiva di una differenza sessuale implichi automaticamente la svalutazione della donna e la supremazia maschile. Al contrario, proprio quando si rinuncia alla differenza per conformarsi a un modello unico di umanità si rischia di rinunciare definitivamente a tutto ciò che ci rende uniche e insostituibili.

Perché, per essere considerata uguale agli uomini, dovrei rinunciare alla mia specificità, a ciò che mi caratterizza come donna?

La femminista americana Jodith Butler […] applica al sesso la lettura critica condotta sul genere. È il sesso stesso che viene costruito […] attraverso norme di comportamento. Ma se una parte del sesso viene costruita, un’altra parte non esiste già? Che posto resta al “corpo” e alla sua materialità?

I limiti di una posizione à la Judith Butler appaiono in modo evidente. Nel momento in cui tutto diventa frutto di una costruzione, il corpo finisce per diventare un “niente”[…].

Fino a quando l’unico modo per essere accettate e riconosciute uguali agli uomini sarà quello di negare la nostra differenza e di fare come se tutti fossimo identici, noi donne non avremo vinto la nostra lotta per l’uguaglianza.

Non fa una piega.

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