Il libro dell’inquietudine. Pessoa

Per me le persone si dividono in due categorie principali: quelle serene e in pace col mondo qualunque cosa accada (giuro, esistono) e quelle inquiete. Quelle che la sera fanno sempre un po’ fatica a dormire, quelle che hanno sempre un rumore in testa come di un bullone avvitato male, che non riescono a smettere mai veramente di fumare o cose così.

Presente, io faccio parte del secondo gruppo.

Gruppo ben rappresentato se dentro c’è anche Pessoa, che ha scritto uno dei miei testi preferiti, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares (bellissimo in portoghese Livro do desassossego por Bernardo Soares, ho sempre pensato che la S fosse la lettera inquieta per eccellenza).

Per sua stessa definizione, Soares è un Pessoa senza il raziocinio e l’affettività e l’opera è un insieme di 450 frammenti di un’autobiografia senza fatti, un diario emozionale che indaga il subconscio in rapporto con la realtà.

Mi vengono in mente tante cose che vorrei dire, ma niente è più efficace di ciò che segue.

2 (124) Il viaggio dentro la testa

Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.

3 (81)

Oggi, in uno di quei vaneggiamenti senza motivo e senza dignità che costituiscono in gran parte la sostanza spirituale della mia vita, mi sono immaginato libero per sempre da Rua dos Douradores, dal signor Vasques, mio principale […]. Forse la mia sorte è di essere un contabile in eterno; e la poesia o la letteratura una farfalla che posandosi sulla mia testa mi rende tanto più ridicolo quanto maggiore è la sua bellezza.

7 (63)

[…] Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita.

[…] sì, domani anch’io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un “che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.

9 (27)

La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.

10 (28)

All’improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno.

[…] Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto.

[…] E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla attorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro, Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno.

E in me è come se l’inferno ridesse, senza neppure l’umanità di diavoli che ridono, la follia starnazzante dell’universo morto, il cadavere girante dello spazio fisico, la fine di tutti i mondo che fluttua oscuramente al vento, disforme, fuori del tempo, senza un Dio che l’abbia creata, senza neppure se stessa che sta girando nelle tenebre delle tenebre, impossibile, unica, tutto.

È solo l’inizio, tornerò fra queste pagine, devota e inquieta come non mai.

L’immagine in apertura è di https://dialectogram.wordpress.com/ .

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