Marilyn Monroe. Poesie di una bionda finta

Bionda stupida sarai tu. Va bene, era Marilyn a volere quel personaggio con la voce stridula e la carne tremula. Ma che ne sa il mondo, chi è il mondo per giudicare una persona?

Chi pensa sempre di sapere tutto e si ferma alla prima increspatura sulla superficie degli avvenimenti, chi non arriva a capire che una persona fa scelte in base a tante variabili sconosciute, a volte dolorose, beh, dovrebbe fare uno sforzo. Lo dico davvero.

Non mi piacciono quelli che dicono Se l’è cercata. La verità è raramente ciò che sembra.

Comunque Marilyn, Norma Jean, non era stupida. Era infelice, sola, abusata, ossessionata, depressa, bisognosa, fraintesa, sfruttata, sottostimata, stereotipata, oggettificata e molto altro ancora, ma non era stupida. E amava la letteratura, amava leggere e scrivere e non era stupida.

Ho letto da qualche parte che una volta scrisse al Dottor Greenson, il suo ultimo analista, che aveva avuto un’idea, mentre leggeva il monologo di Molly Bloom nell’Ulisse di Joyce (e tu l’hai letto?), che avrebbe potuto rivoluzionare la psicoanalisi. Invece di aspettare associazioni libere di pensieri in studio sul lettino, dove spesso il paziente si blocca e non riesce a dire nulla, sarebbe stato meglio restare a casa propria, in un ambiente familiare, in mutande sul divano con un registratore acceso, così da poter poi discutere insieme all’analista, in una seconda fase, le registrazioni così ottenute.

Marilyn non era stupida.

Scriveva poesie, testi scarabocchiati su foglietti sparsi. Sotto ne copio un paio. Marilyn fu trovata senza vita a 36 anni il 5 agosto del 1962 e io la voglio ricordare così.

Quel che ho dentro nessuno lo vede

ho pensieri bellissimi che pesano

come una lapide.

Vi prego fatemi parlare.

Trentacinque anni vissuti con un corpo estraneo

trentacinque anni

con i capelli tinti

trentacinque anni

con un fantoccio.

Ma io non sono Marilyn

io sono Norma Jean Baker

perché la mia anima

vi fa orrore

come gli occhi delle rane

sull’orlo dei fossi?

Di tanto in tanto

faccio delle rime

ma non prendetevela

con me.

All’inferno, so benissimo

che non si vende;

quel che voglio dire

è quel che ho in testa.

Dipingere i piatti

dipingere i desideri

con i pensieri

che volano via

prima che muoia

e pensare

con l’inchiostro.

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