Sibilla Aleramo. Lo sguardo e le vene

Sono pochi i momenti della mia vita di adulta nei quali mi sento un essere umano di sangue e sentimenti. Il dovere mi fa marciare (e marcire), funzionare, ma di ME rimangono scarse tracce nelle azioni preordinate e scandite da un tempo non mio durante il giorno.

Solo di sera ricompaio, quando sto con me e le persone che scelgo, se la routine alla luce del sole (anzi, alla luce artificiale, di un luogo troppo spesso chiuso, in tutti i sensi) non mi ha definitivamente cancellata. Perché succede anche quello. Altre volte, al contrario, vengo fuori con talmente tanto furore che devo stare attenta a non affogare nelle mie stesse urgenze.

Niente di tragico e, se fossi brava, forse nemmeno mi accadrebbe. Ci penserò nei momenti d’aria che mi sono concessi. Mentre lo faccio, rileggo questa poesia di Sibilla Aleramo, nella quale mi perdo fra le righe che sembrano spartiti pieni di note, di cui nessuna si è mai azzardata a stonare.

Sono tanto brava

Sono tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
“Sera, sera dolce e mia!”
Sembrami d’aver fra le dita la
stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene.

Oggi, 14 agosto nel 1876, Sibilla nacque e servirà un altro post per raccontare chi fu questa donna ultra-moderna e fuori dal comune che nonostante mille debolezze non si arrestò mai, restando sguardo e vene, sempre.

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