Alice nel Paese delle Meraviglie ha 150 anni e anche io non scherzo

Alice in Wonderland fu pubblicato nel 1865, giusto poco prima della mia nascita 🙂 .

Da bambina, io Silvietta, avevo paura di quella storia, e come molte cose che fanno paura, mi piaceva come poche altre. Ma c’era di più.

Era disagio quando Alice cade nella tana e fa un volo nel buio profondo, finché la gonna non le fa da paracadute. Pensavo che se avesse avuto i pantaloni si sarebbe sfracellata al suolo e tutto sarebbe finito lì. Era un sentimento sinistro quando Alice diventa gigante e le spuntano gli arti fuori dalla casa, o quando piange e allaga tutto.

Era non so cosa quando Alice parla della sua identità e del mondo assurdo nel quale è piombata. Era meraviglia quando ho imparato a leggere e ho sottolineato i miei passi preferiti:

Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo. Niente sarebbe com’è: perché tutto sarebbe come non è! E viceversa… Ciò che è, non sarebbe
e ciò che non è, sarebbe.

Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato loro essere altro.

Sii quello che sembri.

Non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po’ diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque?

[…] so chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma penso di essere cambiata parecchie volte da allora.

Di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente.

Alice rise: È inutile che ci provi, non si può credere a una cosa impossibile.

“Oserei dire che non ti sei allenata molto”, ribatté la Regina. “Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.”

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti.

Guardate al senso; le sillabe si guarderanno da sé.

“Che strana sensazione!” disse Alice. “Direi che mi sto richiudendo come un cannocchiale!” Ed era vero: adesso era alta soltanto venticinque centimetri e il viso le si illuminò al pensiero di avere ora l’altezza giusta per passare dalla porticina ed entrare in quel bel giardino. Prima però attese qualche minuto per vedere se sarebbe diminuita ancora, pensiero che la rese un po’ nervosa; “perché potrebbe finire, sai” si disse Alice “con la mia sparizione totale, come una candela. Mi domando come sarei allora?” E cercò di immaginare com’è la fiamma di una candela spenta, cosa che non riusciva a ricordarsi di avere mai visto. Dopo un po’, vedendo che non succedeva più nulla, decise di procedere nel giardino senza altri indugi; ma ahimè, povera Alice! quando fu sulla porta, scoprì di avere dimenticato la chiavetta d’oro, e quando tornò a prenderla al tavolino, trovò che non ci arrivava più: la vedeva benissimo attraverso il vetro, e fece del suo meglio per arrampicarsi su per una zampa del tavolino, ma scivolava troppo; e quando i tentativi l’ebbero stremata, la poverina si mise a sedere in terra e scoppiò a piangere. “Su, non serve a niente piangere così! “si disse Alice, in tono un po’ secco.” Ti consiglio di smetterla immediatamente! “In genere si dava degli ottimi consigli (benché poi li seguisse molto di rado), e qualche volta si sgridava con tanta severità da farsi venire le lacrime agli occhi; e una volta si ricordò di aver cercato di prendersi a scapaccioni perché aveva barato a una partita di croquet che disputava contro se stessa. Questa curiosa bambina amava molto fingere di essere due persone diverse. “Ma ora è inutile” rifletté la povera Alice, ” fare finta di essere due persone! Con quello che mi rimane non c’è nemmeno di che fare una sola persona degna di questo nome!” Poco dopo però l’occhio le cadde su di una scatolina di vetro che stava sotto il tavolino; l’aprì, e vi trovò dentro un minuscolo pasticcino, con la parola MANGIAMI formata chiaramente da tante uvette. “Be’, io lo mangio”, disse Alice, “così se mi fa crescere, arrivo a prendere la chiave; e se mi fa diminuire, potrò strisciare sotto la porta. In un modo o nell’altro riuscirò a entrare nel giardino, perciò non mi importa di quel che potrà accadere. “Ne mangiò un pezzetto e si disse con ansia: “Su o giù? Su o giù?” tenendosi la mano sulla testa per sentire se cresceva o diminuiva; e restò sorpresissima trovando che rimaneva delle stesse dimensioni. Noi sappiamo che questo è quanto avviene di solito a chi mangia un pasticcino; ma Alice si era già talmente abituata ad aspettarsi solo avvenimenti fuori del comune, che le pareva noioso e banale da parte della vita procedere nel modo consueto. Così si mise al lavoro, e ben presto ebbe finito il pasticcino.

Un sentito grazie a Lewis Carroll per avermi gettato in una stupefacente ansia ampiamente anzitempo.

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