Il razzismo spiegato a mia figlia. Tahar Ben Jelloun

Io sono bianca, bianchissima, più o meno bionda e con gli occhi chiari. Sono nata, e ho vissuto per la prima parte della mia vita, in un paesino toscano dove non c’erano (ancora) famiglie straniere. Pochissimi bambini venivano dal sud, in classe ne ho avuto solo uno alle elementari. Medie zero, liceo zero.

Eravamo tutti uguali. Dovevamo essere tutti uguali: famiglia, vestiti, pensieri etc… È stato difficile, e molto amaro, accettare le mie differenze e viverle come un valore e non come un errore nel sistema. Non ci sono mica riuscita totalmente.

Invidiavo i figli dei giostrai che ogni anno a maggio arrivavano nelle nostre classi con le cartelle piene di nomadismo e diversità. Sarei voluta andare via con loro lasciandomi alle spalle quel piccolo esercito di bambini conformi alla norma. Alla norma di qualcun altro.

Sono felice che all’asilo nido mio figlio giochi con Giada e Leon, con Mohamed e Caua, con Francesco e Reiyun. Sono sicura che sia un ottimo inizio per imparare a non valutare le (sue) differenze come tare, ma come un’occasione preziosa per capire se stesso e gli altri.

Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino, ha pubblicato un bel libro che si intitola Il razzismo spiegato a mia figlia. Ne copio sotto qualche passo. 

Educare i bambini si può, gli adulti purtroppo non lo so.

“Dimmi, babbo, cos’è il razzismo?”

“[…] È un comportamento piuttosto  diffuso, comune a tutte le società tanto da diventare, ahimè, banale. Esso consiste nel manifestare diffidenza e poi disprezzo per le persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre […].

Il razzista è qualcuno che soffre di un complesso di inferiorità o di superiorità. Il risultato è lo stesso, perché il suo comportamento, in un caso o nell’altro, sarà di disprezzo. E dal disprezzo la collera.”

“ I razzisti hanno paura?”

“Hanno paura dello straniero, di quello che non conoscono, soprattutto se quello straniero è più povero di  loro. Il razzista è più portato a diffidare di un operaio africano che di un miliardario americano. Meglio ancora, se un emiro del Golfo viene a passare le sue vacanze in Costa Azzurra è accolto a braccia aperte, perché non è l’arabo che si riceve, ma il ricco che è venuto a spendere soldi.

“Cos’è un straniero?” 

“La parola straniero ha la stessa radice di estraneo e di strano, che indica ciò che è “di fuori”, “esterno”, “diverso”. Designa colui che non è della famiglia, che non appartiene al clan, alla tribù. […]. L’uomo si comporta spesso come un animale. L’animale lotta solo se  attaccato. Talvolta invece l’uomo aggredisce lo straniero anche quando questi non ha affatto l’intenzione di portargli via qualcosa.

“E tu trovi che questo sia comune a tutte le società?” 

“Comune, piuttosto diffuso, sì; normale, no. Da sempre l’uomo reagisce così. C’è la natura e poi c’è la cultura. In altre parole c’è il comportamento istintivo, senza riflessione, senza ragionamento, poi c’è il comportamento razionale, quello che deriva dall’educazione, dalla scuola e dal ragionamento. È ciò che si chiama cultura in contrapposizione alla natura. Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri.”

“Se per cultura intendi educazione, e se ti ho seguito bene, allora anche il razzismo può venire con quello che si impara…” 

Non si nasce razzista, si diventa. C’è una buona e una cattiva educazione. Tutto dipende da chi educa, sia nella scuola come a casa.”

“Ma allora, l’animale, che non riceve nessuna educazione, è migliore dell’uomo?”

“Diciamo che l’animale non ha sentimenti prestabiliti. L’uomo, al contrario, ha quelli che si chiamano pregiudizi. Giudica gli altri ancor prima di conoscerli. Crede di sapere già chi sono e quanto valgono. Spesso si sbaglia. Di qui la sua paura. Ed è per combattere la paura che a volte l’uomo si trova a fare la guerra. Sai, quando dico che ha paura, non bisogna credere che tremi: al contrario, la paura provoca la sua aggressività. Si sente minacciato e attacca. Il razzista è aggressivo”.

“Allora, è a causa del razzismo che ci sono le guerre?”

“In certi casi è così. Alla base c’è una volontà di appropriarsi dei beni altrui. Si utilizza il razzismo o la religione per spingere le persone all’odio, a detestarsi anche quando non si conoscono nemmeno. Si alimenta la paura dello straniero, la paura che si voglia prendere la mia casa, il mio lavoro, la mia donna. È l’ignoranza ad alimentare la paura[…]. Il razzista giustifica la sua repulsione con le caratteristiche fisiche; non sopporta il tale perché ha il naso camuso o perché ha i capelli crespi o gli occhi a mandorla, eccetera. Al razzista poco importa di conoscere i pregi e i difetti di una persona, gli basta sapere che fa parte di una determinata comunità per rifiutarla. Si appoggia alle caratteristiche somatiche per giustificare il suo rifiuto di una persona.”.

“Dammi qualche esempio”

“Si dirà  che i negri son robusti ma pigri e poco puliti; che i cinesi sono piccoli egoisti e crudeli; che gli arabi sono astuti aggressivi e traditori; si affibbieranno agli ebrei i peggiori difetti fisici e morali per giustificarne le persecuzioni. Gli esempi abbondano. Bisogna far sparire dal tuo vocabolario tutte le frasi del genere “testa di turco” “faticare come un negro” ecc. Sono sciocchezze che bisogna combattere.” 

“Combattere come?”

“Intanto imparando a rispettare. Il rispetto è essenziale. D’altra parte la gente non pretende l’amore, ma di essere rispettata nella sua dignità umana. Rispettare vuol dire avere riguardo sapere ascoltare. Lo straniero non reclama amore e amicizia, ma rispetto. L’amore e l’amicizia possono venire dopo, quando ci si conosce meglio e ci si apprezza. Ma in partenza non bisogna avere alcun giudizio preconcetto. In altre parole,  nessun pregiudizio. Invece il razzismo si sviluppa grazie alle idee preconcette sui popoli e sulle loro culture. Ti do alcuni esempi di generalizzazioni stupide: gli scozzesi sono avari; i belgi sono troppo furbi; gli zingari sono ladri; gli asiatici sono sornioni; ecc. Qualsiasi generalizzazione è imbecille e fonte di errore.  Il razzista è proprio colui che generalizza partendo da un caso particolare. Se è stato derubato da un arabo, ne trarrà la conclusione che tutti gli arabi sono ladri. Rispettare gli altri vuol dire avere riguardo per la giustizia […]. La lotta contro il razzismo deve essere un riflesso quotidiano. Non bisogna mai abbassare la guardia. Bisogna cominciare con il dare l’esempio e fare attenzione alle parole che si usano. Le parole sono pericolose: certe vengono usate per ferire ed umiliare, per alimentare la diffidenza e perfino l’odio. Di altre viene distorto profondamente il significato per sostenere intenzioni di gerarchia e di discriminazione. Bisognerà riuscire ad eliminare dal tuo vocabolario le espressioni che portano a idee false e pericolose. La lotta contro il razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio. Questa lotta d’altra parte richiede volontà, perseveranza ed immaginazione. Non basta indignarsi di fronte a un discorso o un comportamento razzista. Se uno lascia correre permette al razzismo di prosperare  Se non si reagisce, si rende il razzismo arrogante. Sappi che ci sono le leggi che puniscono l’incitamento all’odio razziale. Quando tornerai a scuola guarda bene tutti i tuoi compagni e noterai che  sono tutti diversi tra loro, e questa differenza è una cosa bella. È una buona occasione per l’umanità.  Quegli scolari vengono da orizzonti diversi, sono capaci di darti cose che non hai, come tu puoi dargli qualcosa che loro non conoscono. Il miscuglio è un arricchimento reciproco. Sappi infine che ogni faccia è un miracolo. È unica. Non potrai mai trovare due facce identiche. Non hanno importanza bellezza o bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita, e ogni vita merita rispetto. Nessuno ha diritto di umiliare un’altra persona. Ciascuno ha diritto alla sua dignità. Con il rispetto di ciascuno si rende omaggio alla vita in tutto ciò che ha di bello, di diverso e di inatteso. Si dà testimonianza del rispetto per se stessi trattando gli altri con dignità.

La fotografia in apertura è dell’artista giapponese Daisuke Takakura.

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