La s-grammatica di Proust. Chi non cambia è perduto.

Le lingue sono esseri viventi che mutano, si contaminano, seguono l’evolversi dei costumi e i cambiamenti sociali, infrangono le vecchie regole e ne stabiliscono di nuove.

Pretendere di restare sempre uguali a se stessi, cristallizzarsi nell’inattualità è stupido e fallimentare. Ovvio, le lingue non pensano, agiscono in questo senso e basta.

Non credo che si debba perdonare un congiuntivo palesemente sbagliato, ma io sono d’accordo con Marcel Proust (nato oggi 10 luglio nel 1871… non sono nessuno per essere d’accordo con te, Marcel, perdona la tua lettrice-schiava!!): non ci sono certezze, neppure grammaticali. 

Copio e incollo alcuni passi di una lettera del 1908 che lo scrittore recapitò una notte a Geneviève Straus (… la signora aveva criticato alcune sue scelte linguistiche, e non era l’unica… a lui! A LUI! A PROUST!!) e che parla proprio della libertà del linguaggio e dello stile  di abbandonare le regole del passato, soprattutto per mano degli autori, i quali hanno l’obbligo di trovare una propria voce, originale rispetto a quella dei predecessori classici.

Tutto deve cambiare, sennò muore.

Signora,

[…] L’idea che ci sia una lingua francese, esistente al di fuori degli scrittori e che si debba proteggerla è inaudita. Ogni scrittore è costretto a farsi una sua lingua, come ogni violinista è costretto a farsi un suo”suono”.

[…] Non voglio dire che amo gli scrittori originali che scrivono male. Preferisco – e forse è una debolezza – quelli che scrivono bene. Ma essi non cominciano a scrivere bene che a condizione di essere originali, di farsi la loro lingua. La correttezza, la perfezione dello stile esiste, ma di là dall’originalità, dopo aver attraversato i fatti, non al di qua. […] La sola maniera del difendere la lingua consiste nell’attaccarla, ma sì, signora Straus!

Perché la sua unità non è fatta che di contrari neutralizzati, d’una immobilità apparente che nasconde una vita vertiginosa e perpetua. Poiché non si “tiene”, non si fa bella figura, a petto degli scrittori del passato, che a condizione d’aver cercato di scrivere in modo tutto diverso. E quando si vuol difendere la lingua francese, in realtà si scrive tutto il contrario del francese classico.

[…]

Ahimè, signora Straus, non ci sono certezze, neppure grammaticali. E non è forse meglio? Perché così una forma grammaticale può essere bella essa stessa, perché può esser bello soltanto ciò che può portare il segno della nostra scelta, del nostro gusto, della nostra incertezza, del nostro desiderio e della nostra debolezza. Signora, quale triste follia mettermi a scrivere di grammatica e letteratura. E sono così malato! In nome del cielo non una parola di tutto ciò. In nome del cielo… al quale non crediamo né l’uno né l’altra.

Rispettosamente vostro

Marcel Proust

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