Saffo di Lesbo. L’Amore ai tempi del tìaso

Sssssss. Questo post sarà molto sobrio e delicato, scritto in punta di dita perché parlo di Saffo, la decima Musa (cit. Platone). Niente parole brusche, niente angoli, niente frasi involute. Ssssssss.

Ora si direbbe che di mestiere Saffo (VII-VI secolo a.C.) facesse la maestra, o l’istitutrice. (Ho già sbagliato la consecutio temporum? Saffo ne sarebbe molto seccata.) Fu la guida spirituale e culturale (l’insegnante!) di un tìaso, ovvero un gruppo di fanciulle di buona famiglia dedite al culto di Afrodite.

Con Saffo queste giovani aristocratiche imparavano le arti (musica, danza, poesia) e si preparavano ad entrare in società, prima di sposarsi. Il loro era un apprendistato culturale, emotivo e sociale. Il tìaso era un ambiente familiare, permeato di sentimento religioso, dove il bello e l’amore erano i valori assoluti.

Saffo non scriveva per sé, ma per le sue allieve, per le quali intonava, accompagnandosi con la lira, i suoi versi raffinati. Il legame con le sue fanciulle era molto stretto, a volte passionale. Ssssssssss.

In alcuni frammenti leggiamo dell’amore per Gòngila, Attide, Dica, Anattoria, Arignota. Come si sa, nell’Antica Grecia non era certo raro e per nulla immorale avere esperienze omosessuali propedeutiche a quelle eterosessuali del matrimonio. (Capito omofobi moderni? Sì, il contesto è diverso, ma stiamo parlando di duemila e rotti anni fa e già comunque erano più avanti. Di questa frase volgare, seppur vera, Saffo si sarebbe molto seccata. Ssssssssss).

Saffo era capace di insegnare l’amore in tutte le sue forme. Ecco due sue liriche:

A me pare uguale agli dèi

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

 A Gòngila

O mia Gòngila
metti la tunica bianchissima
e vieni a me davanti: intorno a te
muovi desiderio d’amore.

Così adorna, fai tremare chi guarda;
e io ne godo, perché la tua bellezza
rimprovera Afrodite.

 Chissà se ti sarei piaciuta, eh Saffo? Ecco, ti ho di nuovo seccata 😉 .
L’immagine di apertura è un quadro di Simeon Solomon: Saffo e Erinna in un giardino a Mitilene.
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Riferimenti
Saffo, Liriche e Frammenti, traduzioni di Salvatore Quasimodo e Ezio Savino, Edizioni SE, 2002, Milano.

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