La faccia da schiaffi di Céline e gli ultimi giorni di Sylvia Plath

In questo momento sono in fissa, innamorata persa di due scrittori: Céline (non si era capito??) e Sylvia Plath.

Una deliziosa schizofrenia mi tiene in bilico fra due opposti, in tutto.

Céline: maschio e forse maschilista, amava più i pappagalli e i gatti che le persone, sicuramente antisemita (ahimè), sicuro della sua faccia da schiaffi, sicuro anche della sua paura, uno che ha visto spesso la morte da vicino, scampandola sempre. Un tipo fatalista, avventato e forte. Un prosatore alieno, innovativo, unico, un genio.

Sylvia Plath: femmina e ispiratrice femminista, mamma, moglie “casalinga” di un grande poeta che la tenne (volutamente o no) in ombra finché fu in vita, insicura di sé e delle sue capacità, del suo essere che le sfuggiva, ha tentato il suicidio tre volte, riuscendoci l’ultima. Una persona spesso depressa. Una poetessa mistica anche quando parla di latte e biscotti, febbrile, unica, un genio.

Questo post è per lei ❤ .

L’11 febbraio del 1963 la Plath muore suicida. Dal 1 gennaio al 5 febbraio scrive 12 poesie portentose. Ted Hughes l’ha lasciata per un’altra, lei è sola nel suo appartamento di Londra, con i due figli di due e un anno, con la neve che paralizza la città e pochi soldi che non le bastano.

Sono giorni deliranti, dove la lucidità di Sylvia si riflette solo nella scrittura, notturna, perché di giorno deve pensare alla casa e ai bimbi. Prende molti tranquillanti.

La poesia che copio sotto ha visto molte revisioni, i versi non la soddisfacevano mai. L’ha scritta fra il dicembre ’62 e il gennaio ’63. Si chiama Sheep in fog, Pecorella nella nebbia:

Le colline degradano nel candore.
Individui o stelle
Mi guardano mestamente, li deludo.

Il treno lascia una traccia di respiro.
O lento
Cavallo color della ruggine,

Zoccoli, campane dolenti –
Per tutta la mattina
Il mattino s’è andato rabbuiando.

Un fiore dimenticato.
Le mie ossa trattengono stasi, i campi
Lontani struggono il cuore.

Minacciano
Di introdurmi in un cielo
Senza stelle né padre, acqua scura.

La penultima strofa mi fa soffrire più di tutto, più del pensiero di questo essere super sensibile, solo, nella neve della sua disperazione.


Riferimenti

Sylvia Plath – I giorni del suicidio, Stefania Caracci, Edizioni Rispostes

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