Viaggio al termine dello stile. Céline

Ci sono scrittori che tirano pugni in faccia con le loro frasi fatte di specchi rotti, punte fendenti e velenose, che buttano in circolo rabbia e una nervosa voglia di grattarsi.

Ci sono autori che fanno perno sulla loro eleganza, grazia, che accarezzano l’orecchio con le parole di seta pura, che scivolano morbide, indisturbate.

Ci sono artisti che scrivono di vite in esplosione senza usare una parola fuori posto, che controllano e misurano significati e suoni come chimici davanti alle ampolle fumanti.

Ci sono scrittori che con una parola ti inchiodano lì, fisso, e altri che ti ipnotizzano con fruscii costanti di frasi galleggianti.

E poi c’è Céline.

Céline che fece, negli anni ’30, una cosa tutta sua. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto allo stile della prosa e alla lingua (francese). Non parlo solo del misto di registri (forbito e slang) accompagnato da una punteggiatura dal ritmo viscerale, che riproduce la lingua parlata.

Parlo delle IMMAGINI che ha creato. Similitudini, metafore, traslati, scelte lessicali impressioniste e struggenti. Roba da sbattere la testa sul libro fino a farsi venire i lividi.

Di Céline ce n’è uno solo e non ti sbagli, leggi due righe e capisci che è lui.

Ecco alcune prove, tratte sempre da Viaggio al termine della notte.

A terra, sotto la palandrana smisurata, curvo sotto la pioggia, lo si sarebbe preso per il fantasma del culo di un cavallo da corsa.

Il mio cuore caldo, questo coniglio, dietro la gabbietta delle costole, agitato, rannicchiato, ottuso.

Al fianco del chiosco la vecchia signora delle gazzose sembrava radunare lentamente tutte le ombre della sera attorno alla sua gonna.

[Il sipario di un baraccone della fiera] sventrato come un vecchio mistero.

A letto per esempio era un affare superbo e ci tornavi e di gioia te ne dava. Come troia era una di quelle vere. Ci vuole quello d’altronde per far godere bene. In questa cucina, quella del didietro, la ribalderia, dopo tutto, è come il pepe in una buona salsa, ci vuole e lega.

Questo panico sottile […] misurava l’angosciante futilità di quegli esseri che stavano fra la gallina spaventata e la pecora vanesia e consenziente.

Mica che fosse brutta, Madame Puta, no, avrebbe potuto perfino essere carina, come tante altre, solo che lei era così prudente, così diffidente, che si arrestava ai bordi della bellezza, come ai bordi della vita […].

Non è andata per le lunghe. Nella stabilità disperante del calore tutto il contenuto umano del naviglio s’é coagulato in una ubriachezza di massa. Ci si muoveva mollemente tra i ponti, come polipi in fondo a una tinozza d’acqua sciapa.

L’aria cotta a quel modo ci pesava sulla pelle come un solido.

Melassa anche il cielo sopra il bordo, nient’altro che un impiastro nero e fuso che io sbirciavo bramoso.

Così, le rare energie che scampavano alla malaria, alla sete, al sole, si consumavano in odi così mordaci, così insistenti, che molti coloni finivano per crepare sul posto, avvelenati di se stessi, come degli scorpioni.

La vegetazione enfiata dei giardini schiattava, aggressiva, selvatica, tra le palizzate, fogliame squillante che formava lattughe deliranti attorno ad ogni cosa, raggrinzito bianco d’uovo solidificato in cui un europeo giallastro poteva maturare la sua marcescenza.

C’era da sfasciare intere pattumiere di impressioni in quella penombra incrostata di lampioni multicolori.

[…] esseri fragili e precari come sorbetti pericolanti.

Nell’ebetitudine delle sieste malariche fa così calo che anche le mosche si riposano.

Avevi appena appena il tempo di vederli sparire gli uomini, i giorni e le cose in quella verzura, quel clima, il caldo e le zanzare. Tutto ci finiva, era schifoso, a pezzi, a frasi, a membra, a rimpianti, a globuli, si perdevano al sole, fondevano nel torrente di luci e colori, e il gusto e il tempo insieme, tutto ci finiva. Non c’era che angoscia scintillante nell’aria.

[…] aveva un corpo debordante e disastroso, le mani corte, scarlatte, tremende. Delle mani che non capivano mai niente.

Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente.

[…] per entrare nella foresta attraverso un sentiero nascosto che si insinuava nella penombra verde e umidiccia, illuminata soltanto di tratto in tratto da un raggio si sole spiovente dal punto più alto di quella infinita cattedrale di foglie.

I tramonti di quell’inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici, come mostruosi assassinii del sole.

La foresta aspetta solo il loro segnale per mettersi a tremare, fischiare, muggire da tutte le sue profondità. Un’enorme stazione amorosa e senza luce, piena da schiattare. Alberi interi gonfi di scorpacciate viventi, d’erezioni mutilate, d’orrore.

[…] il fogliame delle coperture, al minimo vento, si metteva a sbattere follemente sopra il tetto, come ali ferite.

Uscendo dalle tenebre deliranti del mio albergo tentavo ancora qualche escursione tra le strade d’intorno, carnevale insipido di case con le vertigini. La mia spossatezza si aggravava davanti a quelle distese di facciate, quella monotonia gonfia di selciati, di mattoni, e arcate all’infinito e di commercio su commercio, questo cancro del mondo, sfolgorante nelle réclames ammiccanti e pustolose. Centomila menzogne farneticanti.

Forse agli habitués non faceva lo stesso effetto che a me quegli ammassi si materia e di alveoli commerciali? quell’infinito intrecciarsi di nervature? Per loro forse era la sicurezza tutto quel diluvio in sospensione mentre per me era soltanto uno spaventoso sistema di coercizioni, in mattoni, corridoi, catenacci, sportelli, una gigantesca tortura architettonica, inespiabile.

La grande marmellata degli uomini nella città.

[…] il culo è la piccola miniera d’oro del povero.

Il suo riso mi contagiò, questa colica delle sensazioni.

Avevo proprio un’anima sciamannata come una patta.

Insomma, fin che sei in guerra, si dice che sarà meglio in pace e ti ciucci quella speranza come se fosse una caramella e poi invece non è che merda.

Alla fine le era spuntato il dolore in fondo alle parole, lei non aveva l’aria di sapere cosa farne del dolore, lei cercava di soffiarselo dal naso, ma le tornava il dolore in gola e con le lacrime dietro, e ricominciava.

Il lungo becco del gas nell’entrata, crudo e sibilante, poggiava sui passanti sul bordo del marciapiede e li mutava in fantasmi stralunati e pieni, in un sol colpo, nel riquadro nero della porta.

La loro potenza speculativa le obbligava a odiare senza alcuna chiarezza. Scoppiavano d’illogicità, vanità e ignoranza le signorine del negozio, e si straniavano soffiandosi mille ingiurie. Restavo malgrado tutto affascinato dal loro sconforto meschino.

Al termine di un breve momento sentimentale, mi sono attorcigliato al suo ventre come un autentico verme d’amore. Vizioso, ci bagnavamo e ribagnavamo le labbra per far conversare le anime.

Un matto, altro non è che le solite idee di un uomo ma ben chiuse in una testa. Il mondo non ci passa attraverso la testa e tanto basta. Diventa come un lago senza immissario una testa chiusa, un’infezione.

È tutto quello che hai conservato della vita. Questo piccolo rimpianto atroce, il resto l’hai più o meno vomitato lungo la strada, con molti sforzi e pena. Non sei altro che un vecchio lampione di ricordi all’angolo di una strada dove non passa già quasi più nessuno.

I miei sentimenti erano come una casa in cui si va solo per le vacanze. È appena abitabile.

Sono letteralmente felice, accecata dallo splendore morboso di questo romanzo, sul quale ho in canna una serie di post da lettrice seriale con seri problemi di incontinenza letteraria 😉 .

La foto in apertura è la copertina dell’edizione di Corbaccio-Dall’Oglio Editore del 1933.


Viaggio al termine della notte, Luis Ferdinand Céline, traduzione dal francese di Ernesto Ferrero, edito dal Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.

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