Nijinsky e Silvietta all’Opera di Amburgo

In un tempo felice vissi ad Amburgo. ❤

Avevo una coinquilina che era la copia di Bjork (giuro: le chiedevano autografi per strada) e si chiamava Regina. Avevo un’altra coinquilina che si chiamava Gerhild e faceva la sarta al Teatro dell’Opera.

In un tempo felice mi vedevo tutti i balletti a tre marchi (all’epoca erano più o meno tremila lire) nei posti migliori perché Gerhild aveva diritto, in quanto lavoratrice del teatro, a biglietti scontatissimi in alcune giornate del calendario.

In un tempo felice io, Regina e Gerhild andavamo, mischiate alle “eleganti” (sul concetto di elenganza in Germania dovremmo parlarne ma… non sono una fashion blogger e non approfondisco) e ricche signore tedesche, al Teatro dell’Opera di Amburgo (Die Flora, nome meraviglioso) in jeans o in tuta e coi capelli turchini o verdi o viola. E nessuno ci guardava male.

In un tempo felice vidi uno spettacolo sul ballerino Nijinsky (come scorre il suono del suo nome sulla lingua?), di cui nulla sapevo, e dopo dieci minuti piangevo di emozione e gioia e disperazione. La danza mi toccava come solitamente solo gli sguardi e le parole fanno. Avevo trovato l’altra mia passione, oltre ai libri, ballava sulle punte.

Volli sapere tutto di lui. Nijinsky fu un ballerino rivoluzionario. Introdusse nella danza dei passi che non esistevano. Mandò in delirio il mondo a lui contemporaneo. Anche chi di danza se ne fregava. Il suo corpo parlava a tutti.

Veniva chiamato L’uomo dalle ali ai piedi, si diceva che saltasse così in alto come nessuno. E lui una volta disse una cosa come:

Non è difficile, basta saltare, restare su qualche attimo e poi scendere. 

Non ricordo quale personalità in vista dell’epoca dichiarò:

Di tutti gli artisti che ho visto in tanti anni solo due possono essere considerati dei veri geni: il giovane Chaplin e Nijinsky.

Nijinsky scrisse dei diari, che leggerò e coi quali mi torturerò.

Perché Nijinsky morì piuttosto giovane (a 60 anni) e “pazzo”. Smise di danzare a causa di un esaurimento nervoso a ventinove anni. Dopo aver mandato in frantumi l’idea di danza e averne creata una sua, più vibrante e trasgressiva che mai. Venne dichiarato schizofrenico e la sua vita diventò un entra e esci da sanatori e istituti. Era vegetariano e gay (forse, più precisamente bisex), ma sposò una donna. Probabilmente solo per denaro.

Prima di iniziare i suoi diari, vi lascio qualche citazione. Le so a memoria.

Io non sono un uomo. Io sono una bestia feroce e un selvaggio. Io voglio amare le prostitute. Voglio vivere come un uomo inutile.

Io ho paura della persone perché loro mi capiscono ma non mi sentono. Ho paura delle persone perché vogliono che io viva come loro.

So che il mondo avrà paura di me ma la cosa non mi spaventa.

Voglio piangere, ma non posso, perché ho così male nell’anima che temo per me stesso.

Io voglio danzare perché lo sento, non perché mi stanno aspettando.

La carne mi disgusta perché so come uccidono gli animali e quanto essi piangano.

La gente pensa di aver bisogno di molte cose, perché più cose si hanno, più si è felici. Io so che meno si ha, più si è tranquilli dentro.

Mi hanno detto che sono pazzo. Io pensavo di essere vivo.

In apertura un ritratto di Nijinsky in Petrouchka (1911).

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