Una stagione all’inferno con Rimbaud

Io ce la passerei una stagione all’inferno con Rimbaud. Meglio che da sola. Tanto all’inferno ci capito spesso, per una ragione o per un’altra.

Mi farei prendere per mano (chissà che mani aveva Arthur? chissà come teneva la penna? chissà che passo aveva?) e senza pensarci troppo mi lascerei portare, facendogli notare che è un privilegio, io non mi faccio guidare da nessuno. Sei uno dei più grandi poeti al mondo, ma c’è un limite a tutto, o meglio, a tutti. E poi vediamo, vediamolo questo tuo inferno! Sarà meglio o peggio del mio? E del vostro? Volete assaggiare un morso del nostro inferno?

Una cosa è sicura: sia come sia, l’inferno di Rimbaud è scritto meglio di quello di chiunque altro (buono Dante, non dicevo di te!).

Uno dei più immensi poeti con questa opera disse addio alla poesia 😦 , e vi dico che già qui c’è della prosa incredibile.

La miglior prosa del miglior poeta col miglior inferno che abbiate mai anche solo immaginato. E quello che segue, è solo l’inizio di questa spaventosa e delirante autobiografia un po’ in versi, e un po’ no.

Una volta, se mi ricordo bene, la mia vita era un banchetto, in cui s’aprivano tutti i cuori, in cui tutti i vini scorrevano.

Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. – E l’ho insultata.

Mi sono armato contro la giustizia.

Me ne sono scappato via. O streghe, miseria, odio, è a voi che è stato affidato il mio tesoro!

Riuscii a far svanire nel mio spirito tutta l’umana speranza. Per strangolarla, sopra ogni gioia ho spiccato il balzo sordo della bestia feroce.

Ho chiamato gli aguzzini per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili. Ho chiamato i flagelli per soffocarmi con la sabbia, col sangue. La sventura è stata il mio dio. Mi sono disteso nel fango. Mi sono asciugato all’aria del delitto. E ho giocato brutti scherzi alla pazzia.

E la primavera mi ha portato l’orrenda risata dell’idiota.

Ora, proprio di recente, essendomi trovato sul punto di emettere l’ultimo rantolo, ho pensato di ricercare la chiave del banchetto antico, dove avrei forse ripreso appetito.

Questa chiave è la carità. – Ispirazione, questa, che comprova come io abbia sognato!

«Tu rimarrai iena, ecc…,» strepita il demonio che mi incoronò di così attraenti papaveri. «Raggiungi la morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo, e tutti i peccati capitali. »

Ah! ne ho avuto fin troppo: – Ma, Satana caro, una pupilla meno irritata, ti scongiuro! e in attesa di qualche piccola viltà ritardataria, stacco per te, che nello scrittore prediligi la mancanza delle facoltà descrittive o istruttive, queste poche disgustose paginette del mio taccuino di dannato.

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