Arancia meccanica. Una lingua nuova

Magari il nome Anthony Burgess non vi dice nulla, O fratelli, ma il titolo Arancia Meccanica, miei cari soma, vi riporterà alla mente la pellicola dopata di latte + e genialità di Stanley Kubrick.

Violenza e bellezza allo stato più puro di qualunque trucca buona, che convivono in armonia e perfezione solo come può accadere nella fiction. O nel gulliver di un serial killer.

Ma volevo dire un’altra cosa, che non riguarda il film ma il romanzo di Burgess del ’62. E non riguarda nemmeno il significato della storia, se significhi qualcosa di preciso, e cosa, rispetto alla violenza e alla malvagità innata o indotta dai condizionamenti sociali.

Mi perdo perché mi emoziono: questo signore inglese si è inventato una lingua nuova. Ha anche un nome, il Nadsat. Non me ne capacito tutt’ora, i miei pensieri balbettavano quando lessi il primo paragrafo.

Roba da far impazzire il correttore di Word.

Se il nostro linguaggio fa di noi umani degli animali speciali, l’invenzione di una nuova lingua fa di uno scrittore qualunque un mito, nonché pusher di un regista mitologico.

Copio il primo e l’ultimo paragrafo, se ne avete la possibilità, miei drughi, mettete su il dolce dolce Ludovico Van.

Il primo:

Allora che si fa, eh?

C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cosa che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora un alegge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po’ di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.

E l’ultimo:

Ma dove pistono adesso, O fratelli miei, solo solicello, voi non ci potete venire. Il domani è tutto tipo fiori profumati e la lezzosa terra continuerà a girare con le stelle e con la vecchia Luna lassù e col vostro vecchio soma Alex tutto solicello che si cerca tipo una compagna. E tutta quella sguana. Un terribile mondo lezzoso e buggarone per davvero, O fratelli miei. E così adieu al vostro piccolo soma. E a tutti gli altri personaggi di questa storia profondi sguerzi di musica labiale prrrrrrr. E possono baciarmi le bacche. Ma voi, O fratelli miei, ricordatevi qualche volta di me che fui il piccolo Alex vostro. Amen. E tutta quella sguana.

Onore alla traduzione di Floriana Bossi. Peccato il cognome 🙂 .

Annunci